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Tsunami è il soprannome che mi è stato dato alle medie, e non ho mai sentito una parola descrivermi meglio. Anni dopo ho scoperto che quel modo di essere aveva anche un nome clinico: ADHD. Miliardi di pensieri che mi assalgono tutti insieme, tutto il tempo, un cervello che parte per la tangente mentre gli altri sono ancora alla premessa.
Questo articolo non è un manuale (per quello ci sono i professionisti veri, e se sospetti di avere l’ADHD il primo passo è parlarne con uno di loro). È il racconto di come io ho smesso di combattere il mio cervello e ho iniziato a lavorarci insieme. Con risultati alterni, che è esattamente il punto.
La parte che nessuno ti racconta
Dell’ADHD nel lavoro creativo si raccontano spesso due versioni opposte: la tragedia (non riuscirai mai a concentrarti) e la favoletta (è un superpotere!). La mia esperienza sta nel mezzo, e il mezzo è più interessante di entrambi gli estremi.
La verità è che lo stesso cervello che mi fa perdere le chiavi tre volte a settimana è quello che collega idee lontanissime senza sforzo, che nota i dettagli che agli altri sfuggono, che quando un progetto mi accende può lavorarci con un’intensità che non sapevo di avere. Il problema non è il motore: è che il motore non ha un interruttore comodo. Si accende quando vuole lui, e il mio lavoro è stato imparare a conoscere quando e perché.
Perché la scrittura, proprio io?
Sembra un paradosso: una persona con mille pensieri simultanei che sceglie il mestiere che richiede di metterli in fila. Invece è il contrario di un paradosso: scrivere è l’unica cosa che ordina il mio caos. Quando scrivo, i pensieri smettono di assalirmi tutti insieme e si mettono in coda. La pagina è l’unico posto dove il mio tsunami diventa un’onda che si può cavalcare.
Per questo dico che non ho scelto la scrittura nonostante l’ADHD: l’ho scelta anche grazie a lui. È la mia stanza silenziosa.
Cosa funziona per me
Premessa importante: quello che funziona per me potrebbe non funzionare per te. L’ADHD si presenta in modi diversissimi. Ma ecco il mio equipaggiamento da surf attuale:
Esternalizzare la memoria. Ho smesso di fidarmi della mia memoria di lavoro e ho fatto pace con l’idea che tutto va scritto subito: idee, scadenze, cose da fare. Se non è scritto, per il mio cervello non esiste. Il vantaggio collaterale è che ho sempre un archivio di idee per i contenuti più fornito di quanto riuscirò mai a usare.
Cavalcare i picchi invece di forzare gli orari. La mia energia non segue l’orario d’ufficio, e da freelance ho il lusso di poterla assecondare: le cose che richiedono lucidità le faccio quando la lucidità c’è, quelle meccaniche nei momenti di bassa. Organizzarmi le giornate da sola non è solo una preferenza di vita: per il mio cervello è proprio l’ambiente di lavoro giusto.
Un compito visibile alla volta. Il multitasking per me è una trappola travestita da talento. Quando lavoro, davanti ho una cosa sola: il resto è chiuso, nascosto, silenziato. Non perché sono disciplinata, ma perché so per esperienza che ogni porta aperta è una porta in cui il mio cervello entrerà.
Ridurre l’attrito per iniziare. Il momento più difficile non è mai fare la cosa: è iniziarla. Quindi bara: il file già aperto la sera prima, la prima frase già buttata giù, il compito enorme spezzato in un primo passo ridicolmente piccolo. Al cervello che rimanda serve una soglia d’ingresso bassa, non una motivazione da film.
Chiedere aiuto quando serve. Il punto più importante. Le strategie fai da te hanno un limite, e riconoscerlo non è una sconfitta: un percorso con professionisti che conoscono l’ADHD cambia le cose molto più di qualsiasi trucchetto di produttività.
Perché lo racconto
Inizialmente volevo tenere questa parte per me e fare la professionista tutta d’un pezzo. Ho scelto il contrario, e il motivo è semplice: questo modo di funzionare è il filo rosso che tiene insieme tutto quello che faccio, dal nome del brand al modo in cui costruisco le mie giornate. Nasconderlo avrebbe significato raccontarvi una versione incompleta della storia, e di versioni finte, online, ce ne sono già abbastanza.
Se anche il tuo cervello va a modo suo, qualunque sia il suo modo: non sei da riparare. Ma un’onda alla volta, con gli strumenti giusti e le persone giuste, si impara a starci sopra.
Se questo racconto ti è suonato familiare, scrivimelo nei commenti: questa rubrica continuerà, e mi piacerebbe sapere quali onde stai cavalcando tu.
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